giovedì 8 gennaio 2026

Pommery

 

La rivoluzione della freschezza

Parlare di Pommery significa raccontare uno dei momenti in cui la Champagne ha cambiato direzione.
Non per evoluzione lenta, ma per scelta netta.
E quella scelta porta un nome preciso: Madame Louise Pommery.


Una donna contro il gusto del suo tempo

Nella metà dell’Ottocento, lo Champagne era tutt’altro che secco.
Le dosi di zucchero erano elevate, pensate per:

  • nascondere asperità

  • rendere il vino immediatamente piacevole

  • soddisfare un gusto internazionale ancora acerbo

Madame Pommery capì qualcosa che pochi osavano dire:
quel modello non era un punto di arrivo, ma un limite.

Credette in uno Champagne:

  • più teso

  • più lineare

  • più vicino all’eleganza che alla seduzione facile

Una visione rischiosa, perché chiedeva al pubblico di imparare.


1874: la nascita del Brut come idea culturale

Nel 1874 Pommery presenta uno dei primi Champagne Brut della storia.
Oggi la parola “Brut” è ovunque.
Allora era una provocazione.

Non si trattava solo di ridurre lo zucchero.
Si trattava di affermare un principio nuovo:

lo Champagne non deve piacere subito,
deve convincere nel tempo.

Quella scelta non cambiò solo la Maison.
Rieducò il palato del mondo.


Stile Pommery: luce, slancio, precisione

Nel bicchiere, lo stile Pommery è immediatamente riconoscibile:

  • freschezza guida, mai accessoria

  • struttura leggera, ma presente

  • profilo verticale, più che avvolgente

Non cerca ampiezza.
Non accumula strati inutili.
Ogni elemento è funzionale al disegno complessivo.

La finezza nasce dalla sottrazione, non dall’aggiunta.


Le cave di Reims: profondità e controllo

Le celebri crayères di Reims non sono solo scenografia.
Sono parte integrante dello stile Pommery.

Profondità, temperatura costante, silenzio.
Qui la freschezza non è aggressiva, ma educata dal tempo.
Qui il rigore diventa equilibrio.


Un’eredità moderna, ancora attuale

Pommery ha dimostrato che:

  • la modernità può essere rigorosa

  • l’eleganza non ha bisogno di peso

  • la freschezza, se pensata, può diventare firma stilistica

In un mondo che spesso confonde intensità con volume,
Pommery continua a dire una cosa semplice e difficile insieme:

togliere è un atto di coraggio.

Ed è proprio per questo che la sua rivoluzione,
a distanza di oltre un secolo,
non ha mai smesso di essere attuale. 🥂

Gosset

 


La continuità del tempo

Parlare di Gosset significa uscire dal racconto più comune dello Champagne.
Qui non c’è l’idea di stupire, ma quella — molto più rara — di durare.

Fondata nel 1584 ad Aÿ, Gosset nasce in un’epoca in cui lo Champagne non era ancora Champagne. I vini erano fermi, spesso rossi, e nessuno poteva immaginare che quelle colline gessose sarebbero diventate il simbolo mondiale della celebrazione.
Gosset c’era già. E ha continuato a esserci.

Questa origine spiega tutto:
Gosset non costruisce uno stile per il mercato, lo custodisce nel tempo.


Una scelta controcorrente: niente malolattica

Il cuore tecnico della filosofia Gosset è noto ma mai banale:
assenza sistematica della fermentazione malolattica.

Non è un feticcio.
È una scelta strutturale.

La malolattica ammorbidisce, arrotonda, rende immediato.
Rinunciarvi significa accettare:

  • acidità più tagliente

  • tensione più evidente

  • bisogno di tempo, vero, per armonizzarsi

È una strada che non perdona errori, perché espone il vino nella sua nudità.
Per questo richiede:

  • uve perfette

  • basi vinificate con precisione assoluta

  • una conoscenza profonda dell’evoluzione nel tempo


Stile Gosset: verticalità, chiarezza, rigore

Nel bicchiere, lo stile Gosset è riconoscibile senza bisogno dell’etichetta:

  • verticale, mai largo

  • teso, mai morbido

  • asciutto, ma non scarno

  • persistente, senza concessioni

Il frutto resta nitido, mai sovramaturo.
L’acidità non è un difetto da mascherare, ma una spina dorsale.
La struttura non cerca volume, ma precisione.

È uno Champagne che non ti viene incontro:
ti chiede attenzione.


La Grande Réserve e le cuvée storiche

La Grande Réserve non è una “base entry level”, ma una dichiarazione di identità.
Racconta cosa significa per Gosset:

  • equilibrio senza zuccheri esibiti

  • profondità senza peso

  • eleganza senza compiacimento

Le cuvée storiche spingono ancora oltre questo concetto:
non cercano l’effetto, ma la memoria.

Ogni sorso sembra dire:
“Io sono così da secoli. Sta a te arrivarmi incontro.”


Una Champagne per chi sa aspettare

Gosset non è per chi cerca:

  • immediatezza

  • opulenza

  • seduzione istantanea

È per chi apprezza:

  • la fedeltà allo stile

  • la coerenza nel tempo

  • la precisione come forma di eleganza

In un mondo che corre, Gosset dimostra che la modernità più autentica può nascere da quattro secoli di scelte coerenti.

Non è nostalgia.
È continuità.

E, in Champagne, questa è una delle forme più alte di grandezza. 🥂

mercoledì 7 gennaio 2026

Separare con cura i mosti

 


La precisione tecnica secondo Dom Pérignon

Per Dom Pérignon, il problema dello Champagne non stava nella fermentazione.
Stava prima.

Stava nel mosto.

Capì che, per governare un vino instabile e climatico, bisognava iniziare da ciò che sembrava più semplice:
il succo che nasce dalla pressatura dell’uva.
Ma semplice non significava banale.

Significava scegliere.


🧪 1) Pressare con estrema delicatezza le uve nere

Nella Champagne del Seicento, gran parte delle uve erano nere (antenati di Pinot Noir e Meunier).
Ottenere un vino bianco da uve nere era possibile solo con una condizione:

👉 non estrarre nulla che non fosse necessario.

Tecnica chiave:

  • pressature lente

  • piccole quantità di uva per volta

  • minima rottura delle bucce

  • contatto brevissimo tra mosto e parti solide

L’obiettivo non era estrarre.
Era evitare.

Colore e tannini non dovevano entrare nel mosto, perché:

  • rendono il vino instabile

  • appesantiscono la fermentazione

  • compromettono finezza e longevità


🍶 2) Separare le frazioni di mosto (logica delle “cuvée”)

Dom Pérignon intuì una cosa fondamentale:
non tutto il mosto è uguale.

Dalla pressatura uscivano mosti diversi, in sequenza:

▪ Primo fiotto (cuore della pressatura)

  • più limpido

  • più acido

  • più elegante

  • meno carico di sostanze fenoliche

👉 destinato ai vini migliori

▪ Spremiture successive

  • più ricche

  • più rustiche

  • più instabili

  • più soggette a ossidazione

👉 da usare con cautela o da escludere

La grande innovazione fu non mescolare tutto.
Separare significava costruire qualità a monte, non correggerla dopo.


🌱 3) Tenere separati i mosti di vigne diverse

Un altro gesto rivoluzionario per l’epoca:

👉 non fondere subito tutto insieme.

Ogni vigna parlava una lingua diversa:

  • una dava acidità

  • un’altra struttura

  • un’altra ancora profumi sottili

Separare i mosti permetteva di:

  • ascoltare ogni parcella

  • valutarne il comportamento in fermentazione

  • decidere solo dopo come combinarli

Qui nasce il principio che porterà alla cuvée moderna.


🧼 4) Pulizia, limpidezza, controllo precoce

Un mosto torbido era un problema serio:

  • fermentazioni irregolari

  • aromi pesanti

  • rischi ossidativi

Separare significava anche:

  • chiarificare naturalmente

  • eliminare parti grossolane

  • scegliere solo il mosto più “pulito”

Non per estetica.
Per stabilità futura.

Uno Champagne deve:

  • fermarsi in inverno

  • ripartire in primavera

Un mosto sporco non regge questo viaggio.


⚙️ 5) Precisione contro casualità

Mentre molti contadini:

  • schiacciavano l’uva

  • raccoglievano “quello che veniva”

  • correggevano dopo

Dom Pérignon fece l’opposto:

  • scelse prima

  • eliminò invece di aggiungere

  • costruì il vino per sottrazione

La pressatura divenne un atto:

  • tecnico

  • ripetibile

  • quasi scientifico


🍾 6) Perché tutto questo era decisivo per le bollicine

La seconda fermentazione richiede:

  • vini base leggeri

  • alta acidità

  • basse componenti fenoliche

  • grande pulizia

Senza una separazione rigorosa dei mosti:

  • la presa di spuma sarebbe stata disordinata

  • il vino sarebbe stato grossolano

  • le bollicine avrebbero tradito l’eleganza

Dom Pérignon non inventò la bollicina.
Inventò le condizioni perché potesse essere bella.


🧭 Sintesi tecnica

Separare con cura i mosti significava:

  • pressare piano

  • scegliere le frazioni

  • ascoltare le vigne

  • eliminare il superfluo

  • preparare il vino a una doppia vita fermentativa


✨ Conclusione

Dom Pérignon non inventò lo Champagne.
Inventò la precisione.

E nella Champagne, la precisione non è tecnica sterile.
È un’arte sacra.

Perché ogni errore iniziale
si moltiplica nel tempo.

E ogni scelta giusta,
una volta fatta,
non ha più bisogno di essere corretta.

Raccogliere le uve al momento perfetto

 


Il tempo esatto secondo Dom Pérignon

Per Dom Pérignon, la vendemmia non era un’operazione agricola.
Era un atto decisivo, quasi liturgico.
Il momento in cui tutto ciò che era stato fatto prima — potature, attese, rinunce — veniva messo alla prova.

Raccogliere troppo presto significava rinunciare alla maturità.
Raccogliere troppo tardi significava perdere freschezza, tensione, identità.

Il tempo giusto non era una data.
Era un equilibrio fragile.


🍇 Un equilibrio prima dei numeri

Nel Seicento non esistevano:

  • rifrattometri

  • analisi di laboratorio

  • curve di maturazione

Esistevano:

  • l’occhio

  • il tatto

  • il palato

  • la memoria delle annate precedenti

Dom Pérignon cercava uve che fossero:

  • mature, ma non opulente

  • acide, ma non acerbe

  • sane, integre, resistenti

Non cercava concentrazione.
Cercava precisione.


👁️ L’occhio: leggere il grappolo

Il primo strumento era la vista.

Si osservava:

  • il colore della buccia

  • la trasparenza dell’acino

  • la compattezza del grappolo

Un’uva pronta non era la più scura.
Era quella che aveva smesso di cambiare in fretta.

Quando il colore si stabilizza,
quando la buccia resiste senza indurirsi,
quando il grappolo “tiene”,

allora il tempo si avvicina.


✋ Il tatto: sentire la maturità

La mano diceva ciò che l’occhio non vedeva.

  • acino troppo duro → maturità incompleta

  • acino troppo molle → rischio di ossidazione

L’uva giusta:

  • cede leggermente

  • ma non si rompe

  • mantiene tensione

È un gesto che non si spiega.
Si impara ripetendolo per anni.


👅 Il palato: decidere senza strumenti

Assaggiare l’uva era l’atto finale.

Non si cercava dolcezza.
Si cercava equilibrio.

Dom Pérignon valutava:

  • acidità ancora viva

  • zucchero sufficiente, ma non dominante

  • buccia neutra

  • vinaccioli non verdi

Un’uva perfetta per lo Champagne non è mai “buona da mangiare”.
È buona da trasformare.


❄️ Perché la Champagne non può aspettare

In Champagne, aspettare troppo è pericoloso.

Il clima:

  • è instabile

  • anticipa il freddo

  • rischia piogge e marciumi

Raccogliere al momento perfetto significava anche:

  • non sfidare il tempo

  • accettare che l’uva non sarebbe mai “matura come altrove”

Ma proprio questa rinuncia era la forza.


🍾 L’uva giusta per un vino che deve ripartire

Dom Pérignon non raccoglieva per il vino fermo.
Raccoglieva per un vino che doveva resistere all’inverno
e riprendere vita in primavera.

Servivano uve:

  • con acidità sufficiente a sostenere la seconda fermentazione

  • con zuccheri moderati

  • con sanità perfetta

Un errore in vendemmia
non si correggeva più.


🕰️ Il tempo come decisione

“Raccogliere al momento perfetto” non significava trovare l’istante ideale.
Significava accettare il momento giusto per quel luogo, quell’annata, quella vigna.

Era una scelta senza rete.
Una responsabilità totale.


✨ Conclusione

Per Dom Pérignon, la vendemmia era il punto in cui:

  • la natura smetteva di parlare

  • e l’uomo doveva ascoltare davvero

Non esisteva il controllo.
Esisteva la misura.

E forse è per questo che lo Champagne, ancora oggi,
nasce prima di tutto da una decisione semplice e difficilissima:

scegliere il momento giusto.

🌍 Il territorio che scompare

 



Le voci che rischiamo di perdere

Ci sono territori che continuano a produrre vino
non perché sia facile,
non perché convenga,
ma perché qualcuno ha deciso di non arrendersi.

E ce ne sono altri che smettono di parlare
non per mancanza di qualità,
ma per assenza di ascolto.

Il rischio più grande, oggi, non è cambiare gusto.
I gusti cambiano da sempre.
Il rischio vero è perdere voci.


🍇 Quando il vino smette di essere necessario

Un territorio viticolo non scompare quando non produce più grandi vini.
Scompare quando fare vino smette di essere necessario per chi lo abita.

Quando:

  • la vigna non garantisce più dignità

  • il lavoro non ha continuità

  • la fatica non ha futuro

allora il silenzio arriva prima dell’abbandono.

E quel silenzio non riguarda solo il vino.


🗣️ Un territorio è una lingua

Ogni territorio parla una lingua propria:

  • fatta di suoli

  • di esposizioni

  • di microclimi

  • di gesti ripetuti nel tempo

Il vino è la forma sonora di quella lingua.

Quando un territorio smette di fare vino:

  • non perde un prodotto

  • non perde una denominazione

Perde una lingua intera.

E le lingue che scompaiono non tornano.


🪨 L’abbandono non è neutro

Una vigna abbandonata non torna semplicemente natura.
Diventa assenza di relazione.

I muretti crollano.
I terrazzamenti si confondono.
I filari spariscono.

Il paesaggio perde leggibilità.
E un luogo che non si legge più
diventa facile da dimenticare.


🍷 Il vino come ultimo presidio

In molti territori fragili, il vino è rimasto:

  • l’ultimo lavoro possibile

  • l’ultimo motivo per restare

  • l’ultima forma di racconto condiviso

Quando anche quello si spegne,
non si perde solo economia,
ma presenza umana.

E senza presenza, il territorio si dissolve.


🕰️ Il luogo resta nel bicchiere

Il territorio non si spiega.
Si riconosce.

Nel silenzio che resta dopo il sorso.
Nella persistenza che non chiede applausi.
Nella sensazione netta e profonda
di essere stati
da qualche parte.

Un vino vero non racconta solo chi è diventato.
Racconta dove ha imparato a stare al mondo.


✨ Conclusione

Quando beviamo davvero,
non stiamo assaggiando una bevanda.

Stiamo ascoltando:

  • una collina che ha resistito

  • una mano che non ha mollato

  • un luogo che ha trovato una voce

E ogni territorio che scompare
è una voce che non potremo più ascoltare.

Il racconto continua.
Un sorso alla volta.

🌾 Il paesaggio umano

 



Quando la terra prende forma

Una vigna, senza l’uomo, è solo una possibilità biologica.
Una pianta che cresce, produce, resiste.

Ma non è ancora territorio.

Il territorio nasce quando qualcuno decide di restare.
Di tornare ogni anno nello stesso punto.
Di fare scelte ripetute nel tempo.
Di sbagliare, correggere, capire.

Il paesaggio viticolo non è naturale.
È una costruzione lenta, fatta di gesti minimi e continui.


🌱 Restare: il primo atto agricolo

Il gesto fondativo non è piantare una vigna.
È scegliere di non andarsene.

Restare significa:

  • accettare la pendenza

  • lavorare dove è scomodo

  • adattarsi a un luogo invece di dominarlo

Il vignaiolo che resta firma il paesaggio senza scriverci il nome.


🪨 I segni visibili della scelta

I paesaggi viticoli raccontano storie prima ancora di produrre vino.

  • I muretti a secco parlano di chi ha creduto nella collina
    → pietra tolta al campo e rimessa a sostegno del campo stesso

  • I terrazzamenti raccontano una fatica che non cercava scorciatoie
    → superfici create a mano, metro dopo metro

  • I filari mostrano un ordine scelto
    → non il più comodo, ma il più sensato per quel luogo

Nulla è casuale.
Ogni linea è una decisione ripetuta nel tempo.


🍇 Coltivare è dare forma, non solo produrre

Una vigna coltivata non è solo più produttiva.
È leggibile.

Il paesaggio viticolo ben curato:

  • racconta equilibrio

  • mostra intenzione

  • rende visibile una cultura agricola

Quando una vigna viene abbandonata:

  • non si perde solo uva

  • non si perde solo reddito

Si perde memoria visiva.

Il territorio diventa muto.


🕰️ Il tempo inciso nel paesaggio

Ogni vigna è un archivio a cielo aperto:

  • potature passate

  • forme di allevamento

  • soluzioni trovate per quel punto preciso

Il tempo non scorre sopra il paesaggio.
Si incide.

Per questo alcune vigne “parlano” anche senza uva.
E altre, pur produttive, non dicono nulla.


✋ Il ruolo reale del vignaiolo

Il vignaiolo non crea il vino.
Non crea il suolo.
Non crea il clima.
Non crea la vite.

Decide solo:

  • se ascoltare

  • o se forzare

Il suo potere non è creativo.
È interpretativo.

Ed è proprio questa responsabilità silenziosa
che trasforma la terra in paesaggio.


🌍 Il territorio come memoria attiva

Il territorio non dimentica:

  • gli abbandoni

  • le scorciatoie

  • le forzature

  • ma anche le cure pazienti

Ricorda tutto.
E lo restituisce:

  • nel vino

  • nel paesaggio

  • nella riconoscibilità di un luogo


✨ Conclusione

Il paesaggio umano non nasce dalla bellezza.
Nasce dalla permanenza.

Dalla scelta di tornare.
Di insistere.
Di capire lentamente.

E forse il vino più vero
non è quello che racconta solo un vitigno,
ma quello che porta dentro di sé
la forma di chi ha deciso di restare.

Il racconto continua.
Un sorso alla volta.

🔗 Vitigno + territorio

 


Il matrimonio che crea il vino

Un vitigno, da solo, non basta.
È una voce potenziale, una possibilità genetica, una grammatica incompleta.

È il territorio che decide come quella voce suonerà.
Se sarà tesa o larga.
Profonda o immediata.
Silenziosa o espressiva.

Separare vitigno e territorio significa rompere un equilibrio che non è estetico, ma funzionale.


🍇 Il vitigno è materia, il territorio è forma

Dal punto di vista agronomico, un vitigno è:

  • una risposta genetica

  • un insieme di comportamenti

  • una predisposizione

Dal punto di vista enologico, però, non parla da solo.

Il territorio agisce su:

  • maturazione

  • ritmo vegetativo

  • equilibrio zuccheri–acidità

  • struttura fenolica

  • profilo aromatico

Il risultato non è una somma.
È una trasformazione.


🌫️ Nebbiolo: l’attesa come condizione

Il Nebbiolo non è un vitigno “lento” per natura.
È lento perché il suo territorio lo costringe a esserlo.

Nebbia, escursioni termiche, maturazioni tardive:

  • allungano i tempi

  • affinano i tannini

  • costruiscono profondità

Portato altrove, il Nebbiolo:

  • matura prima

  • perde tensione

  • accorcia il racconto

Non diventa sbagliato.
Diventa un’altra cosa.


🌊 Verdicchio: il sale invisibile

Il Verdicchio ha acidità e struttura proprie.
Ma è il mare, anche quando non si vede, a completarlo.

Brezze, umidità, luce riflessa:

  • tengono l’uva in equilibrio

  • allungano il sorso

  • danno sapidità senza durezza

Lontano dal mare, il Verdicchio resta corretto,
ma perde traccia salina.

Il vino smette di camminare lungo.
Si ferma prima.


🌬️ Cannonau: respirare per maturare

Il Cannonau è un vitigno solare.
Ma senza vento, soffoca.

Il vento:

  • asciuga

  • rallenta

  • protegge

  • raffredda

In Sardegna non è un fattore accessorio.
È parte della maturazione.

Senza quel respiro:

  • l’alcol prende il sopravvento

  • la freschezza cede

  • il vino perde slancio


⛰️ Montepulciano: la collina come verità

Il Montepulciano è un vitigno potente.
Ma in pianura diventa spesso eccesso.

La collina:

  • frena la vigoria

  • costruisce acidità

  • distribuisce la maturazione

Qui il vitigno trova misura.
E la misura è verità.

Non più forza.
Ma direzione.


🧭 Il territorio non “migliora” il vitigno

Lo rivela

Un vitigno fuori contesto:

  • può funzionare tecnicamente

  • può piacere

  • può essere corretto

Ma spesso perde:

  • profondità

  • necessità

  • senso

Il grande vino non nasce dalla possibilità.
Nasce dalla coincidenza perfetta.


🍷 Il vino come risultato di una relazione

Il vino non è:

  • solo varietà

  • solo suolo

  • solo clima

  • solo mano dell’uomo

È una relazione stabile nel tempo.

Quando funziona, non si nota.
Quando si rompe, si sente subito.


✨ Conclusione

La vite non è solo ciò che è.
È anche dove è.

E forse il compito più delicato del vignaiolo
non è scegliere il vitigno giusto,
ma non separarlo dal luogo che lo rende vero.

Il racconto continua.
Un sorso alla volta.