mercoledì 18 marzo 2026

Lacrima di Tollo - vitigno ritrovato

 


Una particolarità locale tra i vitigni della provincia di Chieti

Tra le piccole curiosità ampelografiche della provincia di Chieti esiste anche una varietà poco conosciuta ma interessante: la Lacrima di Tollo . Si tratta di un vitigno locale segnalato nell'area collinare attorno al comune di Tollo, uno dei territori storicamente più vocati alla viticoltura della costa teatina.

Il nome richiama immediatamente l'immagine della “lacrima”, termine spesso utilizzato nel linguaggio del vino per indicare la goccia che scende dal bicchiere, ma nel caso della Lacrima di Tollo è soprattutto un riferimento alla forma dell'acino e alla tradizione popolare locale.

Un vitigno minore ma identificatore

La Lacrima di Tollo non ha mai avuto una diffusione ampia come altri vitigni abruzzesi più noti, ma rappresenta uno di quei piccoli patrimoni agricoli che testimoniano la ricchezza della biodiversità viticola del territorio. In passato veniva coltivata soprattutto a livello familiare, spesso in piccoli appezzamenti o nei vigneti misti accanto ad altre varietà più diffuse.

Proprio questa dimensione domestica ha contribuito a preservarla nel tempo, anche se la sua presenza è rimasta limitata e poco documentata.

Il contrasto territoriale

Il territorio di Tollo, situato a pochi chilometri dal mare Adriatico, è caratterizzato da colline dolci con suoli argilloso-calcarei e da un clima mitigato dalle brezze marine. Queste condizioni hanno favorito nel tempo una viticoltura molto diffusa e una grande varietà di uve coltivate, tra vitigni principali e varietà minori.

In questo contesto la Lacrima di Tollo rappresenta una piccola curiosità locale, uno di quei vitigni che raccontano la storia agricola del territorio e la tradizione contadina della provincia di Chieti.

Una “chicca” della tradizione viticola

Oggi la Lacrima di Tollo può essere considerata più che altro una testimonianza della viticoltura storica locale , una di quelle varietà minori che contribuiscono a raccontare la complessità del patrimonio viticolo abruzzese.

In un territorio come quello teatino, dove dominano vitigni importanti come Montepulciano, Trebbiano, Pecorino, Passerina e Cococciola , la presenza di queste piccole varietà rappresenta una vera chicca per chi studia la storia della vite e del vino .

Ed è proprio grazie a queste tracce, spesso nascoste tra i filari o nei ricordi dei viticoltori più anziani, che si può comprendere fino in fondo la ricchezza e la stratificazione della viticoltura abruzzese.

domenica 15 marzo 2026

Tullum Origine storica del nome

 

Il nome Tullum affonda le sue radici nell'antichità. In epoca romana il territorio dell'attuale Tollo era infatti conosciuto con il nome latino Tullum , toponimo che compare in alcune fonti storiche legato alla presenza romana nel territorio dei Frentani , popolazione italica che abitava questa parte dell'Adriatico prima della romanizzazione.

Con l'espansione di Roma lungo la costa adriatica, l'area venne progressivamente nel sistema agricolo romano, caratterizzato da coltivazioni cerealicole, oliveti e vigneti. È proprio in questo contesto che la viticoltura iniziò a consolidarsi nelle colline che scendono verso il Mare Adriatico .

Nel corso dei secoli il nome latino Tullum si trasformò progressivamente nell'attuale Tollo , ma il riferimento storico è rimasto vivo nella memoria del territorio. Quando è stata istituita la denominazione vitivinicola moderna, si è scelto di recuperare il nome antico per sottolineare il legame tra il vino e la storia del luogo.

La denominazione Tullum DOCG rappresenta quindi non soltanto un riconoscimento della qualità dei vini prodotti in questa zona della provincia di Chieti , ma anche un richiamo diretto alle radici storiche del territorio e alla lunga tradizione agricola che caratterizza queste colline. 🍷

sabato 14 marzo 2026

Malvasia Storia, diffusione e carattere di un vitigno mediterraneo

 


La Malvasia non è un singolo vitigno ma una famiglia di varietà diffusa in molte regioni del Mediterraneo. Il nome identifica diversi tipi di uve aromatiche, presenti in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e in altre zone viticole storiche.

In Italia la Malvasia è coltivata in numerose regioni, tra cui anche l' Abruzzo , dove si confronta spesso in piccola percentuale nei vigneti tradizionali o in alcune denominazioni locali.


Origine del nome

Il nome Malvasia deriva probabilmente da Monemvasia , antica città portuale della Grecia da cui, nel Medioevo, partivano vini aromatici molto apprezzati nei commerci mediterranei.

I mercanti veneziani contribuirono alla diffusione del nome e del vino in tutta Europa. Nel tempo il termine la Malvasia è stato associato a diverse varietà di uva che condividevano caratteristiche aromatiche simili.


Diffusione nel Mediterraneo

La famiglia delle Malvasie è oggi diffusa in molte regioni viticole. In Italia si trovano numerose varianti, tra cui:

  • Malvasia Bianca

  • Malvasia di Candia

  • Malvasia Istriana

  • Malvasia delle Lipari.

In Abruzzo la Malvasia è presente soprattutto come vitigno complementare , utilizzato in alcuni assemblaggi per arricchire il profilo aromatico dei vini bianchi.


Il territorio e la coltivazione

La Malvasia si adatta bene a diversi tipi di terreno, ma esprime le sue qualità migliori in zone collinari ben esposte , dove il clima mediterraneo favorisce la maturazione delle uve.

I suoli più adatti sono generalmente:

  • calcarei

  • argillosi

  • ben drenati.

La vite richiede una buona esposizione al sole per sviluppare pienamente il suo carattere aromatico.


Il vino nel bicchiere

I vini ottenuti da Malvasia possono presentare caratteristiche diverse a seconda della varietà e del territorio di coltivazione. In generale si distinguono per:

  • colore giallo paglierino , talvolta con riflessi dorati

  • profumi aromatici e floreali , spesso con note di pesca, albicocca e agrumi

  • struttura morbida ed equilibrata

  • sensazione gustativa delicatamente profumata .

In alcune zone la Malvasia è utilizzata anche per la produzione di vini passiti o vini dolci, grazie alla naturale ricchezza aromatica delle uve.


Un vitigno della tradizione mediterranea

La Malvasia rappresenta uno dei vitigni storici della viticoltura mediterranea. La sua diffusione in molti territori dimostra come il mondo del vino sia stato influenzato nei secoli dai commerci e dagli scambi culturali tra le diverse regioni del Mediterraneo.

Anche nelle aree dove non è il vitigno principale, come l' Abruzzo , la Malvasia contribuisce ad arricchire il patrimonio ampelografico locale e testimonia la grande varietà di uve presenti nella viticoltura italiana.

Montonico – Storia, territorio e carattere di un vitigno antico

 


Il Montonico rappresenta uno dei vitigni bianchi più antichi della viticoltura dell'Abruzzo . La sua presenza è documentata soprattutto nelle colline della provincia di Teramo , dove per secoli ha fatto parte della tradizione agricola locale.


Origine del vitigno

Le origini del Montonico sono profondamente legate alla viticoltura contadina delle aree collinari abruzzesi. Per generazioni questo vitigno è stato coltivato nei vigneti familiari insieme ad altre varietà locali.

Il suo nome potrebbe derivare dal termine montone o da antiche denominazioni locali legate al territorio, anche se l'etimologia non è del tutto certa.

Come molte varietà tradizionali, il Montonico si è sviluppato nel tempo attraverso la selezione agricola praticata dai contadini.


Diffusione storica

Per secoli il Montonico è stato coltivato nelle campagne abruzzesi soprattutto per la produzione di vini destinati al consumo locale.

La pianta era apprezzata per alcune caratteristiche agronomiche importanti:

  • dovuta resistenza della vite

  • capacità di mantenere una marcata acidità

  • adattabilità ai terreni collinari.

Nel corso del Novecento, tuttavia, la diffusione di vitigni più produttivi ha portato ad una progressiva riduzione della sua coltivazione.


Il territorio ideale

Il Montonico si adatta bene alle colline della provincia di Teramo , dove il clima è influenzato sia dalla vicinanza dell'Adriatico sia dalle correnti fresche provenienti dall'Appennino .

I vigneti sono spesso situati tra i 250 ei 500 metri di altitudine , in aree ben ventilate.

I suoli più frequenti sono generalmente:

  • argillosi

  • calcarei

  • ben drenati.

Queste condizioni consentono alle uve di maturare mantenendo una buona freschezza.


Il vino nel bicchiere

I vini ottenuti da Montonico si distinguono per uno stile elegante e discreto.

Nel bicchiere presentano generalmente:

  • colore giallo paglierino chiaro , spesso brillante

  • profumi delicati di frutta bianca , talvolta accompagnati da leggere note floreali

  • freschezza evidente , sostenuta da una buona acidità naturale

  • struttura snella ed equilibrata , con uno stile sobrio e raffinato.

Proprio la sua acidità naturale ha reso il Montonico adatto anche alla produzione di vini spumanti , pratica diffusa soprattutto in passato.


La riscoperta del vitigno

Negli ultimi anni il Montonico sta vivendo una nuova fase di valorizzazione. Alcuni produttori hanno iniziato a recuperare vecchi vigneti ea vinificare il vitigno in purezza.

Questa riscoperta dimostra come anche varietà storiche apparentemente marginali possano contribuire a raccontare la diversità del territorio.

Il Montonico rappresenta infatti una testimonianza della memoria contadina dell'Abruzzo , ricordando che la viticoltura regionale non è fatta soltanto di grandi denominazioni, ma anche di vitigni antichi che custodiscono la storia agricola del territorio.


Cococciola territorio e carattere di un bianco della costa teatina


 La Cococciola è uno dei vitigni bianchi autoctoni più rappresentativi della viticoltura costiera dell'Abruzzo . La sua coltivazione è concentrata soprattutto nelle colline della provincia di Chieti , lungo quella fascia viticola che dalla pianura costiera sale dolcemente verso l'interno.

Per molto tempo questo vitigno è rimasto legato alla tradizione contadina locale ed è stato utilizzato principalmente come uva da taglio. Negli ultimi anni, però, la crescente attenzione verso i vitigni autoctoni ha portato alla riscoperta della Cococciola, oggi sempre più spesso vinificata in purezza.


Origine del vitigno

Le origini della Cococciola sono profondamente radicate nella viticoltura tradizionale della costa teatina. Si tratta di una varietà storicamente coltivata nelle campagne che si affacciano sul Mare Adriatico , dove per generazioni ha rappresentato una presenza stabile nei vigneti familiari.

Il nome del vitigno ha probabilmente origine popolare e potrebbe essere collegato alla forma o alla dimensione degli acini, anche se l'etimologia non è del tutto certa. Come molte varietà locali, la Cococciola si è sviluppata nel tempo attraverso la selezione agricola praticata dai contadini.


Diffusione storica

Per gran parte del Novecento la Cococciola è stata coltivata soprattutto per la produzione di vini bianchi semplici o per essere utilizzata in assemblaggio con altri vitigni , grazie alla sua capacità di apportare acidità e freschezza.

La pianta è infatti apprezzata per:

  • buona collaborazione

  • resistenza della vite

  • capacità di mantenere una buona acidità naturale.

Queste caratteristiche ne hanno favorito la diffusione nelle aree viticole della costa abruzzese.


Il territorio ideale

La Cococciola trova il suo ambiente naturale nelle colline della provincia di Chieti , dove il clima è fortemente influenzato dalla vicinanza del mare.

I vigneti sono spesso situati tra i 150 ei 350 metri di altitudine , in aree ben esposte e ventilate. La presenza del mare contribuisce a mantenere una temperatura moderata durante l'estate e favorisce la ventilazione dei vigneti.

I suoli più diffusi sono generalmente:

  • argillosi

  • calcarei

  • ben drenati.

Queste condizioni permettono alle uve di maturare conservando una buona acidità, anche nelle annate più calde.


La riscoperta recente

Negli ultimi anni la Cococciola ha conosciuto una nuova fase di valorizzazione. Alcuni produttori della costa teatina hanno iniziato a vinificare il vitigno in purezza , con l'obiettivo di valorizzarne il carattere territoriale.

Questo processo ha contribuito a far conoscere la Cococciola anche al di fuori delle aree tradizionali di produzione.


Il vino nel bicchiere

I vini ottenuti da Cococciola si distinguono generalmente per uno stile fresco, diretto e molto piacevole.

Nel bicchiere presentano generalmente:

  • colore giallo paglierino chiaro , spesso brillante

  • profumi delicati di agrumi e fiori bianchi

  • gustosa evidente

  • struttura leggera ed equilibrata , orientata alla bevibilità.

Grazie a queste caratteristiche la Cococciola rappresenta uno dei vini bianchi più freschi e immediati della tradizione enologica abruzzese.


Un vitigno della costa adriatica

Oggi la Cococciola rappresenta uno degli esempi più interessanti della riscoperta dei vitigni autoctoni dell'Abruzzo .

La valorizzazione di questa varietà dimostra come il patrimonio ampelografico locale possa offrire nuove opportunità alla viticoltura regionale, contribuendo a rafforzare l'identità dei vini della costa adriatica.

Freschezza, semplicità ed equilibrio rendono la Cococciola un vino particolarmente adatto alla cucina di mare , esprimendo nel bicchiere il carattere luminoso e ventilato delle colline che guardano l'Adriatico.

Passerina – Storia, territorio e caratteristiche del vitigno

 


La Passerina è uno dei vitigni bianchi più antichi e diffusi lungo la fascia adriatica dell'Italia centrale. Presente soprattutto tra Marche, Abruzzo e parte del Lazio, questa varietà ha accompagnato per secoli la viticoltura delle campagne che si affacciano sul Mare Adriatico .

In Abruzzo la Passerina è coltivata principalmente nelle zone collinari che collegano la costa alle prime pendici dell'Appennino . Qui il clima temperato, la ventilazione marina e la buona esposizione dei vigneti creano condizioni favorevoli alla maturazione delle uve.


Origine del nome

L'origine del nome Passerina è legata molto probabilmente alla parola passero . Secondo la tradizione contadina, gli acini maturi di questo vitigno erano particolarmente graditi agli uccelli, che si radunavano nei vigneti per nutrirsi delle uve.

Questo legame con il mondo rurale testimonia l'antica presenza del vitigno nelle campagne dell'Italia centrale.


Diffusione storica

Per secoli la Passerina è stata coltivata come vitigno tradizionale nelle zone costiere dell'Adriatico. La sua buona produttività e la capacità di mantenere una naturale freschezza hanno favorito la diffusione della varietà soprattutto nelle aree agricole orientate alla produzione di vini quotidiani.

Nel corso del Novecento la Passerina ha continuato ad essere presente nei vigneti della regione, spesso utilizzata anche in assemblaggio con altri vitigni bianchi.

Negli ultimi anni questo vitigno ha conosciuto una fase di crescente valorizzazione, con una maggiore attenzione alla vinificazione in purezza.


Il territorio ideale

La Passerina si adatta particolarmente bene alle colline che guardano il Mare Adriatico , dove la ventilazione proveniente dal mare contribuisce a mantenere sano il vigneto e a preservare l'acidità delle uve.

I terreni più frequenti sono generalmente:

  • argillosi

  • calcarei

  • ben drenati.

Queste condizioni consentono alla pianta di sviluppare una maturazione equilibrata senza perdere freschezza.


Il vino nel bicchiere

I vini ottenuti da Passerina si distinguono per uno stile fresco e immediato.

Nel bicchiere presentano generalmente:

  • colore giallo paglierino chiaro , talvolta con riflessi verdolini

  • profumi delicati e fragranti , con note floreali e agrumate

  • freschezza evidente , che conferisce vivacità al vino

  • struttura leggera ed equilibrata , orientata alla bevibilità.

Proprio queste caratteristiche rendono la Passerina uno dei vini più rappresentativi della tradizione enologica della costa adriatica.


Un vitigno della tradizione costiera

Oggi la Passerina continua ad essere coltivata in diverse zone dell'Italia centrale e rappresenta una presenza importante nella viticoltura dell'Abruzzo .

La sua particolarmente freschezza naturale e la sua versatilità la rendono adatta alla cucina di mare e alla gastronomia delle regioni adriatiche.

Questo vitigno testimonianza come anche le varietà tradizionali, spesso considerate semplici in passato, possono oggi essere valorizzate e reinterpretate nella viticoltura moderna.

venerdì 13 marzo 2026

Il Blend – Quando l’arte dell’assemblaggio unisce vino e distillati

 


Nel mondo del vino il termine blend indica l'arte dell'assemblaggio , cioè l'unione di vini diversi per creare un vino finale più equilibrato e complesso.

Non si tratta di una semplice miscela casuale, ma di una scelta tecnica precisa, frutto dell'esperienza del produttore o dell'enologo.

Attraverso il blend si possono unire:

  • vitigni diversi

  • vittoria diversi

  • annato diversi

  • vinificazioni diverse

L'obiettivo è ottenere un vino che esprima equilibrio, armonia e continuità stilistica .


Perché si fa il blend

Il blend nasce da una considerazione semplice:
nessun vino possiede sempre tutte le qualità desiderate.

Un vino può avere grande struttura ma meno eleganza.
Un altro può avere profumi raffinati ma meno corpo.

Unendo questi elementi si costruisce un vino più completo.

Il blend consente quindi di:

  • migliorare l'equilibrio gustativo

  • aumentare la complessità aromatica

  • compensare eventuali squilibri

  • mantenere uno stile costante nel tempo.


La Cuvée – Il blend nello Champagn

Nel linguaggio dello Champagne , il termine cuvée indica il risultato finale dell'assemblaggio dei vini base.

La cuvée è il cuore della produzione dello Champagne.

Il maestro di cantina unisce vini provenienti da:

  • vitigni diversi

  • vittoria diversi

  • annato diversi

I tre vitigni principali utilizzati sono:

  • Pinot Nero

  • Pinot Meunier

  • Chardonnay

Ogni vino base porta caratteristiche specifiche:

  • il Pinot Noir dona struttura

  • il Pinot Meunier porta frutto e morbidezza

  • lo Chardonnay aggiunge freschezza ed eleganza.

L'assemblaggio finale crea l'identità dello Champagne.


Champagne millesimato e non millesimato

La maggior parte degli Champagne non è millesimata .

Questo significa che la cuvée è composta da vini di annate diverse , spesso includendo vini di riserva conservati negli anni precedenti.

Il motivo è mantenere nel tempo lo stile costante della maison .

Gli Champagne millesimati , invece, provengono da una sola annata particolarmente favorevole.


Monovitigno – L'altra filosofia del vino

Se il blend rappresenta l'arte dell'assemblaggio, il monovitigno rappresenta la filosofia opposta.

In questo caso il vino è prodotto utilizzando un solo vitigno .

L'obiettivo è mostrare il carattere specifico di quella varietà.

Esempi classici di vini monovitigno sono:

  • Pinot Nero in Borgogna

  • Nebbiolo nelle Langhe

  • Riesling in Germania

  • Sangiovese in molte zone della Toscana

In questi vini il protagonista è il vitigno stesso.


Blend e Monovitigno – Due modi diversi di interpretare il vino

Il vino può nascere da due filosofie differenti.

La miscela

Il vino nasce dall'armonia tra più elementi .

È il caso di:

  • Bordeaux

  • Champagne

  • molti vini della Toscana

  • numerosi vini del Nuovo Mondo.


Il Monovittino

Il vino nasce dall'identità di un solo vitigno .

È il modello tipico di regioni come:

  • Borgogna

  • Mosella

  • Alcune zone italiane.


L'equilibrio del vino

Nessuna delle due filosofie è superiore all'altra.

La fusione cerca l'equilibrio attraverso la composizione .

Il monovitigno cerca la purezza dell'espressione varietale .

Entrambe le strade hanno dato vita ad alcuni dei più grandi vini del mondo.

Per questo il vino non è mai soltanto tecnica.

È anche interpretazione, sensibilità e visione del produttore .

Il blend nei distillati

Whisky

Nel whisky il blend è una pratica molto diffusa.

Esistono infatti due grandi categorie:


Distillato Single Malt prodotto con malto d'orzo in una sola distilleria .

Blended Whiskey
ottenuto dall'assemblaggio di diversi whisky , spesso provenienti da distillerie diverse.

Il frullatore unisce distillati con caratteristiche differenti per ottenere:

  • equilibrio

  • complessità

  • stile costante nel tempo

Marchi famosi come Johnnie Walker , Chivas Regal o Ballantine’s sono esempi classici di blended whisky.


Cognac

Anche nel Cognac il blend è fondamentale.

Il maître de chai (maestro di cantina) assembla eaux-de-vie di annate e provenienze diverse per creare lo stile della maison.

Il risultato finale deve essere coerente anno dopo anno.

Ad esempio:

  • VS

  • VSOP

  • XO

sono categorie che derivano proprio dall'assemblaggio di distillati di età diverse.


Armagnac

Nell'Armagnac il blend esiste, ma è più comune trovare anche versioni di singola annata (millesimati) , cosa molto più rara nel Cognac.


Rum

Anche molti rum sono il risultato di assemblaggi.

Il master blender può unire:

  • rum di età diverse

  • rum proveniente da barili differenti

  • distillati prodotti con metodi diversi.

Questo avviene soprattutto nei rum caraibici e sudamericani.


Tequila

Nella Tequila esiste il blend soprattutto tra distillati affinati in botti diversi o con tempi di maturazione diversi.


Una differenza importante

Nel vino il blend avviene spesso tra:

  • vitigni diversi

  • vittoria diversi

  • annato diversi

Nei distillati , invece, il blend riguarda soprattutto:

  • distillati di età diverse

  • bottiglie diverse

  • distillerie diverse.


Una curiosità

Nel mondo dei distillati esiste una figura molto importante:

il maestro del blending .

È la persona che decide come assemblare i distillati per creare lo stile della casa.

In alcune grandi aziende questa figura è quasi leggendaria, perché la continuità del prodotto dipende proprio dalla sua capacità sensoriale.