Forzare per non perdere — e perdere per aver forzato
Quando il tempo cambia,
la prima reazione non è ascoltare.
È correggere.
È umano.
È comprensibile.
Se qualcosa non torna come prima,
si tende ad aggiustarla
per riportarla dove la memoria la riconosce.
Nel vino, questa tentazione ha molte forme.
Non tutte sbagliate.
Ma tutte pericolose
se diventano un riflesso automatico.
Aggiungere tecnica significa, spesso,
provare a compensare ciò che il tempo non concede più.
Controllare.
Stabilizzare.
Rendere prevedibile.
Uniformare significa rassicurare il mercato,
non il territorio.
Far sembrare uguale
ciò che uguale non è più.
Il rischio non è la tecnologia.
Il rischio è l’illusione che la tecnica possa sostituire il tempo.
Forzare il vino per farlo somigliare a ciò che era
non è un atto di fedeltà.
È un atto di paura.
Paura di perdere un’identità conosciuta.
Paura di deludere aspettative costruite in anni di coerenza.
Paura che il cambiamento venga letto come errore.
Ma il vino non vive nel confronto con il passato.
Vive nella relazione con il presente.
Trattarlo come una fotografia da ritoccare
significa bloccarlo.
Congelarlo.
Privarlo della sua natura più profonda:
essere tempo che passa.
Il vino non chiede di essere reso uguale.
Chiede di essere compreso.
Forzare significa imporre una forma
a qualcosa che sta cercando un nuovo equilibrio.
E ogni imposizione lascia una traccia:
meno leggibile,
meno sincera,
meno necessaria.
Il paradosso è tutto qui:
nel tentativo di non perdere il vino che conoscevamo,
rischiamo di perdere quello che potrebbe diventare.
Perché il vino non è una fotografia da conservare in cornice.
È un racconto in movimento.
E i racconti,
se vengono costretti a ripetere sempre la stessa frase,
smettono di dire qualcosa di vero.
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