Quando le stagioni smettono di fare il loro mestiere
Le stagioni non sono mai state solo temperature.
Sono sempre state funzioni.
Ognuna aveva un compito preciso,
un ruolo silenzioso ma indispensabile
dentro il racconto dell’anno.
La primavera non serviva a produrre.
Serviva a promettere.
A preparare la vite,
non a metterla alla prova.
Oggi, invece, la primavera espone.
Anticipa.
Scopre troppo presto ciò che dovrebbe ancora proteggere.
E quando arriva la gelata,
non colpisce una pianta in attesa,
ma una pianta già aperta, vulnerabile.
Il rischio non è il freddo.
È il fuori tempo.
L’estate, un tempo, era il luogo dell’equilibrio.
Caldo sì,
ma intervallato.
Sole che nutriva,
non che aggrediva.
Oggi l’estate spesso non accompagna.
Spinge.
Accelera ciò che dovrebbe maturare lentamente.
Costringe la vite a difendersi,
a chiudersi,
a scegliere tra sopravvivere e crescere.
L’autunno, poi, è diventato incerto.
Un tempo era il grande finale ordinato:
chiusura, raccolta, restituzione.
Ora può mancare del tutto,
oppure arrivare come un’irruzione.
Pioggia improvvisa,
umidità che confonde,
decisioni da prendere in fretta
quando servirebbe lucidità.
Non conclude più.
Interrompe.
E l’inverno, infine,
non sempre riesce a essere inverno.
Senza freddo sufficiente,
senza durata,
senza silenzio,
il riposo diventa incompleto.
La vite non dimentica.
Accumula.
Porta nell’anno successivo
una stanchezza che non ha avuto tempo di sciogliersi.
E una pianta che non riposa
non riparte davvero:
prosegue.
Il problema non è che le stagioni cambino.
È che non svolgono più il loro ruolo fino in fondo.
Quando i ruoli saltano,
non è solo il clima a diventare instabile.
È il senso del ciclo.
E il vino, che nasce dall’equilibrio tra attesa e compimento,
si trova a dover raccontare un tempo
che non sa più
quando comincia
e quando finisce.
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