L’anticipo come nuova normalità
Il cambiamento non si è presentato con rumore.
Non ha spezzato il ciclo.
Lo ha anticipato.
È questo il suo inganno più sottile.
Quando qualcosa arriva prima,
sembra solo un vantaggio.
Un dono di tempo.
Un margine in più.
Ma in natura,
prima non significa meglio.
Significa diverso.
Il germoglio che parte in anticipo
non ha più spazio di manovra.
È esposto.
Fragile.
Costretto a crescere
senza la protezione del tempo che lo precede.
La fioritura che non aspetta
non è più una promessa,
ma una scommessa.
Ogni notte fredda diventa una minaccia.
Ogni squilibrio pesa di più.
La vendemmia che scivola verso l’estate
porta con sé un equivoco pericoloso:
l’idea che la maturazione sia solo zucchero.
Ma il vino non matura in avanti.
Matura in profondità.
Il tempo che accelera
non regala complessità.
La comprime.
E la vite, davanti a questa compressione,
non sceglie davvero.
È costretta a rispondere.
Inseguire il tempo
significa adattarsi a una corsa
che non ha traguardo.
Significa produrre prima,
più in fretta,
con meno margine di ascolto.
Resistere, invece,
non è immobilità.
È fedeltà a un ritmo interno
che non coincide più con quello esterno.
Quando tutto accelera,
la vera difficoltà
non è produrre.
È riconoscersi.
Restare fedeli non vuol dire
rifare ciò che si faceva.
Vuol dire capire
cosa conta davvero
quando il tempo non collabora più.
Perché il vino non nasce
dalla velocità del calendario,
ma dalla coerenza delle scelte.
E in un’epoca che corre,
scegliere di non correre
diventa già una presa di posizione.
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