domenica 4 gennaio 2026

Il tempo non è più quello di prima

 

Quando la memoria delle stagioni si incrina

Dire che le stagioni avevano memoria
non è un’immagine poetica:
è una constatazione agricola.

Per secoli, il tempo non è stato misurato in date,
ma in attese.
Non in numeri,
ma in segnali.

La primavera non era il 21 marzo.
Era il momento in cui il terreno smetteva di respingere il seme.

L’estate non era calore continuo,
ma una sequenza di equilibri:
luce, acqua, riposo notturno.

L’autunno non arrivava “quando si voleva”,
ma quando la pianta aveva concluso
il proprio racconto annuale.

L’inverno non era assenza di vita,
ma sospensione necessaria.
Un silenzio che permetteva alla memoria di sedimentare.

La vite viveva dentro questa grammatica lenta.
Non reagiva: ricordava.

Ogni ciclo lasciava un’impronta nel legno,
nelle radici,
nel modo in cui l’anno successivo
avrebbe germogliato.

Oggi quella memoria non è cancellata.
È disturbata.

Il tempo non ha smesso di esistere,
ma ha perso coerenza.
Anticipa, rientra, accelera, ritorna.
Parla una lingua che cambia frase a metà periodo.

E la vite, che non conosce strategie,
ma solo ascolto,
percepisce l’incongruenza prima di chiunque altro.

Non sa “che anno è”.
Sa solo che qualcosa arriva troppo presto,
o troppo tardi.
Che ciò che un tempo seguiva
ora sorprende.

Il problema non è il cambiamento in sé.
La vite è nata per adattarsi.

Il problema è l’instabilità del ritmo.

Perché senza ritmo
non c’è memoria.
E senza memoria
ogni stagione diventa un esperimento.

È qui che nasce la vera fragilità contemporanea del vino:
non nel caldo,
non nella pioggia,
non nella siccità.

Ma nella difficoltà crescente
di riconoscere
quando è davvero il momento giusto.

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