lunedì 16 febbraio 2026

Domaine Sylvain Pataille

 


Energia, autenticità, terroir

Tra i produttori di Marsannay, il nome Sylvain Pataille rappresenta una delle anime più intense e visionarie della denominazione. Se Bruno Clair incarna il rigore classico e l’equilibrio accademico, Pataille è l’artista che ama spingere i confini, interpretando il suolo con rigore ma anche con audacia.

L’approccio di Pataille alla viticoltura e alla vinificazione si basa su principi di agricoltura naturale e scelte radicali: zero chimica di sintesi, fermentazioni spontanee e uso minimo di solfiti. Su queste vigne, l’uva è lasciata esprimere la propria storia annata dopo annata, senza correzioni invasive.

Ciò che ne nasce non è solo vino.
È un’espressione di energia, visceralità e verità.


Visione enologica e ruolo di consulente

Sylvain Pataille è anche uno dei consulenti più stimati in Borgogna: il suo nome compare in molte cantine di rilievo, dove porta la stessa filosofia che applica alle proprie vigne. Tuttavia è nella sua terra, nei suoi vigneti, che la visione trova la sua forma più totale.

Qui il Pinot Noir non è addomesticato. È ascoltato. È accompagnato. È lasciato libero di raccontare ciò che il suolo e il clima gli hanno donato.


L’elogio dell’Aligoté

Una delle intuizioni più controcorrente di Pataille è stata quella di dare dignità all’Aligoté, vitigno bianco spesso considerato “minore” in Borgogna.
Pataille lo ha vinificato in purezza — da parcelle singole — portando alla luce una complessità che spesso sfida persino certi Chardonnay. È una testimonianza potente di come, anche nelle varietà meno celebrate, possa nascondersi un grande vino.


I vini simbolo

I vini di Sylvain Pataille sono caratterizzati da energia vibrante, materia viva e tensione minerale. Tra le etichette più emblematiche:

  • Marsannay “L’Ancestrale”
    Considerato uno dei rossi più ricercati di tutta la Côte de Nuits, nasce da vigne molto vecchie. È profondo, scuro e speziato, con una struttura che lo rende capace di lunghi affinamenti. È la prova che Marsannay può produrre vini di statura quasi “Grand Cru”.

  • Marsannay “Clos du Roy”
    La versione di Pataille del celebre climat è potente, materica e ricca di mineralità ferrosa. Se nelle mani di altri il Clos du Roy può risultare composto, qui diventa una dichiarazione di territorio piena e intensa.

  • Marsannay Rosé “Fleur de Pinot”
    Non un semplice rosé: è un vino strutturato, con acidità vibrante e complessità che lo avvicinano più a un grande bianco che a un rosato tradizionale. Gastronomico, persistente, emozionante.


Un territorio riscoperto

L’approccio di Sylvain Pataille ha contribuito a cambiare la narrazione su Marsannay. Non è più visto come semplice “porta della Côte de Nuits”, ma come un territorio capace di produrre vini autentici, densi di carattere e dotati di una forte identità.

I suoi vini non puntano all’armonia artificiale.
Puntano alla verità del terroir.

E in questo risiede la loro potenza.


🧠 In sintesi

Domaine Sylvain Pataille non è un semplice produttore.
È un interprete del suolo, un esploratore del vino, un custode del Pinot Noir e dell’Aligoté.

Con energia, visione e coerenza, ha portato Marsannay sotto i riflettori del mondo enologico, dimostrando che anche una denominazione considerata “minore” può rivelare vini di grande intensità e profondità.

Domaine Bruno Clair

 


La nobiltà silenziosa di Marsannay

A Marsannay il nome Bruno Clair non è semplicemente una firma: è un punto di riferimento.

Fondato negli anni Settanta, il Domaine affonda le proprie radici in una lunga tradizione familiare borgognona, costruita su continuità, conoscenza delle parcelle e rispetto della misura. La sede è a Marsannay-la-Côte, ma la sua influenza supera i confini comunali. È una delle presenze più solide dell’intera Côte de Nuits, capace di dimostrare — con discrezione — che la grandezza non ha bisogno di alzare la voce.

Lo stile di Bruno Clair non cerca mai la potenza.
Cerca la precisione.

Qui il Pinot Noir non viene modellato, non viene forzato, non viene caricato di legno per impressionare. Viene accompagnato. È un lavoro di ascolto più che di imposizione.

Il risultato sono vini che parlano con chiarezza:
frutto croccante, freschezza viva, tessitura fine.
Mai eccessivi. Mai sovraestratti.
La trasparenza è la cifra stilistica della casa.

La filosofia agronomica è improntata al rispetto della vigna: rese contenute, lavoro attento sui suoli e un approccio sostenibile che privilegia equilibrio naturale e precisione vendemmiale. In cantina, l’intervento è misurato, mai invadente.

C’è un equilibrio quasi pedagogico nei suoi vini: insegnano cosa significa rispettare un terroir senza cercare di correggerlo. Ed è proprio questa costanza — mantenuta per decenni — ad aver contribuito a cambiare la percezione di Marsannay, da denominazione ritenuta “rustica” a zona di crescente attenzione tra appassionati e collezionisti.


Les Longeroies – La raffinatezza silenziosa

Tra le etichette più rappresentative, il Marsannay Les Longeroies è spesso considerato il vertice espressivo del Domaine.

Proviene da vigne vecchie che regalano profondità senza perdere leggerezza. Il vino si muove con grazia: piccoli frutti rossi, peonia, una traccia salina che allunga il sorso.

Non è un Pinot rumoroso.
È un Pinot che si distende nel tempo.

È la dimostrazione che anche a Marsannay la finezza può diventare protagonista, senza bisogno di muscoli.


Clos du Roy – La verticalità della storia

Se Les Longeroies è seta, Clos du Roy è struttura.

Storicamente uno dei climat più nobili della zona — un tempo legato ai Duchi di Borgogna — nelle mani di Bruno Clair diventa un vino austero, verticale, minerale.

Non cerca immediatezza.
Richiede tempo.

In gioventù è teso, quasi severo. Con gli anni si apre su una profondità che non teme confronti con i vicini di Gevrey-Chambertin. È il volto più serio di Marsannay, quello che dimostra che la denominazione può produrre vini di reale longevità.


In sintesi

Il Domaine Bruno Clair non ha reinventato Marsannay.
L’ha semplicemente presa sul serio.

E quando un territorio viene preso sul serio, smette di essere “secondario” e diventa identità.

Qui non trovi effetti speciali.
Trovi equilibrio.
E l’equilibrio, in Borgogna, è sempre il segno della maturità.


domenica 15 febbraio 2026

La storia di Marsannay-la-Côte

 


La storia di Marsannay-la-Côte è un racconto di resilienza e di nobiltà silenziosa, che si snoda tra i fasti delle corti ducali e il lavoro paziente delle vigne.

Le radici romane

Il nome antico, Marceniacum, rimanda all’epoca romana. Lungo la Via Agrippa — la grande arteria che collegava Lione a Treviri — queste colline rappresentavano già un presidio agricolo strategico. La pendenza dolce e l’esposizione favorevole suggerirono presto che quella terra non era fatta per il grano, ma per la vite.

Il Medioevo: Duchi e monaci

Nel Medioevo, mentre la vicina Digione diventava la capitale del Ducato di Borgogna, Marsannay ne divenne la cantina naturale.

I Duchi di Borgogna possedevano parcelle prestigiose, tra cui il celebre Clos du Roy, il cui nome testimonia un legame diretto con la proprietà ducale e, successivamente, con la Corona di Francia.

Accanto ai nobili, i monaci dell’Abbazia di Cîteaux iniziarono a osservare e delimitare i suoli con precisione straordinaria. È in questo periodo che nasce la cultura del climat, quella suddivisione minuziosa che oggi rappresenta l’essenza stessa della Borgogna.

La Porta della Côte e il lungo silenzio

Marsannay è spesso definita la porta della Côte de Nuits. E come ogni porta, è passaggio prima che destinazione.

Nel XX secolo, mentre comuni come Gevrey-Chambertin e Vosne-Romanée consolidavano una reputazione internazionale, Marsannay rimase ai margini della gerarchia ufficiale. Negli anni Trenta non ottenne una AOC comunale e parte della produzione venne destinata al consumo locale o utilizzata in assemblaggi.

1919: il rosé che salva un villaggio

Nel 1919, in un contesto economico difficile dopo la Prima guerra mondiale, Joseph Clair ebbe un’intuizione decisiva: produrre un rosé da Pinot Noir.

Il Marsannay Rosé conobbe un successo immediato. Era fresco, gastronomico, riconoscibile. Non solo contribuì alla sopravvivenza economica del villaggio, ma diede alla denominazione un’identità unica, tuttora viva: Marsannay è l’unica AOC Village della Côte de Nuits autorizzata ufficialmente a produrre rosé.

Il riconoscimento e la rinascita

Il riconoscimento dell’AOC Marsannay arrivò solo nel 1987. Un atto tardivo, ma fondamentale.

Da quel momento una nuova generazione di vignaioli — accanto alle famiglie storiche — ha iniziato a lavorare con maggiore consapevolezza identitaria, valorizzando climat come Les Longeroies, Clos du Roy, Les Grasses Têtes ed En Montre-Cul.

Oggi Marsannay non è più soltanto la soglia.

È un territorio che ha ritrovato la propria voce.

sabato 14 febbraio 2026

Gevrey-Chambertin:



Gevrey-Chambertin:Dove il Pinot Noir diventa Re e la Storia si fa Vino

Se la Borgogna fosse un regno, Gevrey-Chambertin ne sarebbe il trono. Situato nel cuore della Côte de Nuits, a soli 15 chilometri da Digione, questo borgo non è semplicemente un comune vitivinicolo: è un santuario dove il tempo si è fermato per permettere al Pinot Noir di raggiungere la sua massima espressione di potenza e nobiltà.
Una Storia di Monaci e Contadini
Tutto ha inizio nel 630 d.C., quando il duca Amalgaire donò ai monaci dell'Abbazia di Bèze un appezzamento di terra. Quello che oggi conosciamo come Clos de Bèze è uno dei vigneti più antichi di Francia, curato per secoli da mani pazienti che ne hanno compreso ogni sfumatura geologica.
Ma la leggenda vuole che il nome "Chambertin" nasca da un'intuizione popolare. Si narra di un contadino di nome Bertin, il cui campo (Champ) confinava con quello dei monaci. Notando la qualità straordinaria del vino dei vicini, Bertin replicò le loro tecniche: nacque lo "Champ de Bertin", destinato a diventare il rivale (e poi compagno) del Clos de Bèze.
Il Sigillo di un Imperatore: L’ossessione di Napoleone
Non si può parlare di Gevrey-Chambertin senza citare Napoleone Bonaparte. L’Imperatore era un fanatico di questo vino: lo esigeva a tavola ogni giorno e lo portava con sé in ogni campagna militare, dalla polvere dell'Egitto al gelo della Russia.
  • La Curiosità: Napoleone lo beveva spesso "tagliato" con l'acqua, un sacrilegio per i puristi odierni, ma per lui era l’unico carburante capace di sostenere la sua ambizione. Si dice che il giorno della sua sconfitta a Waterloo, la mancanza del suo Chambertin preferito fosse stata vista dai suoi ufficiali come il presagio della fine di un'era.
Il Primato dei 9 Grand Cru
Gevrey-Chambertin detiene un record assoluto: è il comune con la più alta concentrazione di Grand Cru della Borgogna. Ben 9 vigneti godono di questo titolo regale, ognuno con una personalità distinta:
  1. Chambertin: Il più strutturato, il "maschio" per eccellenza.
  2. Chambertin-Clos de Bèze: Elegante, complesso, profumato.
  3. E poi i "sette fratelli": Mazis, Griotte, Charmes, Mazoyères, Chapelle, Ruchottes e Latricières.
Le Cantine: Dove si crea il mito
Visitare Gevrey-Chambertin significa bussare alle porte di templi dell'enologia mondiale. Tra i nomi più blasonati spiccano:
  • Domaine Armand Rousseau: Il "Santo Graal" dei collezionisti. Le sue bottiglie raggiungono cifre astronomiche nelle aste di tutto il mondo.
  • Domaine Trapet: Pionieri della biodinamica, producono vini che sono pura poesia liquida.
  • Domaine Claude Dugat: Sinonimo di concentrazione e rarità.
Curiosità Moderna: Lo "Scandalo" del Castello
Nel 2012, il maestoso Castello di Gevrey-Chambertin (risalente all'XI secolo) è stato acquistato da un magnate di Hong Kong per 8 milioni di euro. L’operazione scatenò un terremoto politico in Francia: i produttori locali cercarono di opporsi per mantenere la proprietà "francese", ma oggi il castello resta un simbolo di come il fascino di queste terre non conosca confini geografici.

Bartolo Mascarello: Il Baluardo del Barolo Tradizionale



Nel cuore del comune di Barolo, in via Roma 15, batte uno dei cuori più fieri e intransigenti dell'enologia italiana: la cantina Bartolo Mascarello. Fondata ufficialmente nel 1918 da Giulio Mascarello, l'azienda è diventata un simbolo mondiale di resistenza culturale e coerenza stilistica sotto la guida del figlio Bartolo, figura carismatica e "poeta" del vino.
La Filosofia: "No Barrique, No Berlusconi"
Bartolo Mascarello è stato il leader spirituale dei "tradizionalisti", opponendosi con forza all'uso dei piccoli legni francesi (le barrique) e alle mode del momento che cercavano vini più pronti e vanigliati. La sua celebre etichetta disegnata a mano con lo slogan "No Barrique, No Berlusconi" (annata 1999) è entrata nel mito, riassumendo in un colpo solo una visione del mondo dove il vino deve restare puro, austero e indissolubilmente legato alla terra.
Oggi la figlia Maria Teresa Mascarello porta avanti questa eredità con la stessa rigorosa dedizione, gestendo i circa 5 ettari di vigneti di famiglia.
I Vini più Blasonati
La punta di diamante è l'unico Barolo prodotto: un assemblaggio (blend) di uve provenienti da quattro storici vigneti situati tra Barolo e La Morra:
  • CannubiSan Lorenzo e Rué (nel comune di Barolo).
  • Rocche dell'Annunziata (nel comune di La Morra).
A differenza dei produttori moderni che imbottigliano i singoli "Cru", Mascarello difende l'antica tradizione di unire le diverse parcelle per ottenere un equilibrio superiore, che affina esclusivamente in grandi botti di rovere di Slavonia.
Oltre al Barolo, la cantina produce etichette di altissimo livello che rappresentano l'anima quotidiana delle Langhe:
  • Barbera d'Alba: corposa e vibrante.
  • Dolcetto d'Alba: il vino del pasto quotidiano, rispettato e curato con la stessa dignità del Barolo.
  • Langhe Nebbiolo: l'espressione più fresca e immediata del vitigno principe.
  • Freisa: un antico vitigno piemontese a cui Bartolo era molto legato.
Le Annate e il Mercato
Il Barolo di Bartolo Mascarello è oggi tra i vini più ricercati dai collezionisti internazionali. Le quotazioni per le annate migliori, come la 2016 (prezzo medio circa €549) o la 2010, testimoniano il valore iconico di questa cantina. Le rare bottiglie con l'Etichetta Disegnata a mano dallo stesso Bartolo sono veri e propri pezzi d'arte enologica cercati in tutte le aste del mondo.

L'Azienda Agricola Giuseppe Rinaldi



non è solo una cantina, ma un baluardo della viticoltura tradizionale piemontese che affonda le sue radici nel XIX secolo.

Le Radici e la Nascita (1870-1916)
La storia inizia nel 1870 con Giovanni Battista Rinaldi, che fondò l'azienda Barale-Rinaldi dopo aver acquistato una cascina sulla collina di Cannubi. Nel 1916, a seguito di una divisione ereditaria tra i fratelli, Giuseppe Rinaldi (nonno del celebre "Citrico") fondò ufficialmente l'attuale azienda agricola, imbottigliando la sua prima annata con etichetta propria nel 1921.
L'Era di Battista e il Legame con il Territorio
Il testimone passò poi al figlio Battista Rinaldi (1918-1992), un enologo colto che fu anche sindaco di Barolo tra il 1970 e il 1975. Battista fu fondamentale non solo per il consolidamento qualitativo dell'azienda, ma per l'intera regione, essendo stato tra i fondatori dell'Enoteca Regionale del Barolo.
Beppe "Citrico": L'Anima Ribelle (1992-2018)
Nel 1992, la gestione passò a Giuseppe Rinaldi, per tutti "Beppe" o soprannominato "Citrico" per il suo carattere schietto e pungente. Veterinario di professione prestato all'enologia, Beppe è diventato una figura leggendaria per la sua difesa intransigente della tradizione:
  • Vinificazione classica: Uso esclusivo di tini di legno troncoconici aperti per la fermentazione e lunghi affinamenti in grandi botti di rovere di Slavonia.
  • L'arte dell'assemblaggio: Al contrario dei modernisti focalizzati sui singoli "cru", Beppe sosteneva l'antica arte piemontese di assemblare uve da diversi vigneti (come Brunate, Le Coste, Cannubi San Lorenzo e Ravera) per ottenere un vino più equilibrato e complesso.
  • Resistenza culturale: Si oppose fermamente alle mode dei vini "morbidi" e pronti subito, producendo Baroli austeri, tannici e capaci di sfidare i decenni.
Il Presente: Marta e Carlotta
Dopo la scomparsa di Beppe nel 2018, l'eredità è passata alle figlie Marta (enologa) e Carlotta (agronoma). Le "sorelle del Barolo" continuano oggi il lavoro del padre con lo stesso rigore artigianale, mantenendo la cantina di Via Monforte un luogo di culto per gli amanti del vino autentico e non filtrato dalle logiche commerciali.
I vini dell'azienda Giuseppe Rinaldi sono considerati tra i più ricercati e iconici al mondo per la loro aderenza ferrea alla tradizione delle Langhe. La produzione si concentra su pochi ettari di vigneti d'eccellenza situati nei comuni di Barolo e Novello.
Ecco i vini più blasonati della cantina:
I Grandi Barolo (Le Icone)
Il Barolo di Rinaldi è storicamente frutto di un assemblaggio di diversi cru, una pratica tradizionale che l'azienda difende con orgoglio.
  • Barolo Brunate: Proveniente da uno dei vigneti più celebri al mondo (condiviso con il comune di La Morra), è noto per la sua austerità, potenza e incredibile capacità di invecchiamento. Storicamente veniva etichettato come Barolo Brunate-Le Coste.
  • Barolo Tre Tine: Introdotto per rispettare le nuove normative sui cru, questo vino unisce le uve dei vigneti Cannubi San LorenzoRavera e Le Coste. È un Barolo che punta sull'equilibrio e sull'eleganza aromatica.
  • Barolo Cannubi San Lorenzo - Ravera: Etichetta storica (ora confluita nel Tre Tine) che esprimeva la finezza del Cannubi unita alla struttura del Ravera.
  • Barolo Bussia: Una produzione più recente (dal 2019) legata al prestigioso cru situato nel comune di Monforte d'Alba, caratterizzata da una struttura solida e profonda.
Gli Altri Vini della Tradizione
Oltre al Barolo, la cantina produce vini quotidiani trattati con lo stesso rigore artigianale:
  • Langhe Nebbiolo: Spesso definito il "fratello minore" del Barolo, offre un approccio più immediato alla nobiltà del vitigno Nebbiolo.
  • Barbera d'Alba: Un vino di grande carattere, con un'acidità vibrante e una struttura che beneficia del passaggio in botte grande.
  • Dolcetto d'Alba: L'autentico vino da pasto piemontese, profumato e fragrante, prodotto secondo uno stile classico e asciutto.
  • Langhe Freisa: Un vino per amatori, leggermente mosso o fermo a seconda dell'interpretazione, che Beppe Rinaldi amava particolarmente per la sua natura selvatica e contadina.

Borgogno: La Memoria Storica del Barolo dal 1761 ad Oggi


Immagina di camminare tra i vicoli di Barolo e di trovarti davanti a un portone che non apre solo una cantina, ma un vero portale nel tempo. Entrare da Giacomo Borgogno & Figli significa respirare la storia del vino italiano dal 1761, anno in cui Bartolomeo Borgogno pose la prima pietra di questo mito. La leggenda narra che nel 1861, quando l’Italia divenne una nazione, fu proprio il Barolo di questa cantina a suggellare il brindisi del primo pranzo ufficiale dell'Unità.
Ma il vero colpo di genio arrivò negli anni '20 con Cesare Borgogno: fu lui a decidere di "dimenticare" metà delle migliori annate nelle grotte sotterranee, lasciandole riposare per almeno vent’anni. È grazie a questa intuizione che oggi Borgogno è una delle poche realtà al mondo capace di offrire verticali storiche che sfidano i decenni con una freschezza sorprendente.
Per capire questo miracolo, bisogna scendere dove tutto accade. La visita ai tunnel storici non è una semplice passeggiata, ma un’immersione sensoriale: man mano che si scende, la temperatura cala e l'umidità sale. Qui, il mondo moderno svanisce tra corridoi fiancheggiati da migliaia di bottiglie storiche ricoperte dalla tipica muffa nobile e dalla polvere del tempo. Il silenzio è interrotto solo dal respiro del vino nelle vasche di cemento e nelle maestose botti grandi di rovere di Slavonia. Non troverai barrique francesi: qui la vinificazione è un rito antico, fedele allo stile più puro e austero della Langa.
La terra rimane il cuore pulsante di tutto: 31 ettari che abbracciano i cru più celebri, come il potente Liste o l'elegantissimo Cannubi. Dal 2008, sotto la guida della famiglia Farinetti, questa eredità è stata abbracciata con una nuova consapevolezza verde, portando l'intera produzione alla certificazione biologica.
L'esperienza culmina a Casa Borgogno, dove dopo aver attraversato i tunnel carichi di nobiltà, si riemerge su una terrazza panoramica. Lì, con un calice di una delle annate leggendarie — magari una 1961 o una 1978 — la vista sulle vigne patrimonio UNESCO ti racconta la stessa storia che hai appena assaggiato: quella di una cantina che non ha mai smesso di essere la "memoria vivente" del Piemonte.