Miscelare vini di anni diversi, nel Seicento, era quasi un sacrilegio.
La tradizione diceva:
👉 “Ogni vendemmia è un regalo a sé. Non si tocca.”
Ogni anno era un destino.
E il vino doveva accettarlo così com’era: bello o brutto, forte o fragile.
Ma in Champagne il destino era instabile.
Il clima era capriccioso, spesso crudele:
annate fredde, annate gelate, annate piovose, annate difficili.
La vigna non garantiva continuità.
E il vino, di conseguenza, cambiava voce ogni anno.
Dom Pérignon capì una cosa che nessuno voleva ammettere:
per ottenere uno stile riconoscibile serviva qualcosa di più stabile
del destino meteorologico.
E allora fece ciò che nessun altro aveva mai osato.
Conservò vini di annate diverse.
Li custodì come si custodisce un patrimonio.
E li usò come strumenti di equilibrio, correzione e perfezionamento delle vendemmie più deboli.
Non per “truccare” il vino.
Ma per salvarne l’identità.
Fu così che nacque un concetto destinato a diventare colonna portante della Champagne moderna:
il non-vintage.
Non un vino dell’anno.
Ma un vino della casa.
Un vino che non dipendeva più solo dal cielo…
ma dalla mano e dalla visione di chi lo componeva.
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