Grazie a questa pressatura millimetrica, Dom Pérignon ottenne un vino bianco da uve nere di una finezza inedita per l’epoca.
Un vino che conservava insieme tre qualità rarissime:
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l’eleganza del Pinot Noir, senza la sua ombra scura,
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la delicatezza del mosto chiaro, limpido e leggero,
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la tensione e la freschezza necessarie a sostenere le bollicine che — un giorno — lo avrebbero fatto brillare.
Fu una trasformazione che richiese più disciplina che magia.
Più rigore che intuito.
Più precisione che forza.
Eppure, vista da lontano, sembrò davvero un miracolo:
un vino nero diventato luce.
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