Ci sono vini che diventano famosi.
E poi c’è lo Champagne, che diventa necessario.
Non perché sia indispensabile per vivere.
Ma perché, dentro l’immaginario collettivo, è diventato indispensabile per segnare.
Segnare un passaggio.
Segnare una vittoria.
Segnare un amore.
Segnare una fine.
Lo Champagne non è entrato nella cultura come un prodotto.
Ci è entrato come un simbolo.
E un simbolo non lo compri solo per il gusto:
lo compri per quello che promette di raccontare di te.
Per questo lo Champagne non è semplicemente “un vino buono”.
È un vino che porta con sé un messaggio, prima ancora di essere stappato.
Quando appare, cambia la temperatura emotiva della scena.
Non importa dove:
una sala elegante, una terrazza sul mare, un camerino prima dello spettacolo,
una cucina di notte, due persone sole che non sanno più cosa dirsi.
Lo Champagne, anche lì, fa la stessa cosa:
accende una luce.
Non una luce reale.
Una luce simbolica.
Perché lo Champagne è l’arte di far parte dell’immaginario proprio in questo:
non entra nella vita come un dettaglio.
Entra come una dichiarazione.
È l’oggetto che dice:
“Questo momento vale.”
Anche quando il momento, in realtà, vale poco.
Anche quando è solo una fotografia.
Anche quando è solo una scena costruita per gli altri.
Ed è qui che lo Champagne diventa moderno.
Nel mondo di oggi non basta vivere qualcosa.
Bisogna dimostrarlo.
Bisogna renderlo riconoscibile, condivisibile, invidiabile.
E lo Champagne è il più grande alleato di questa esigenza:
perché basta farlo comparire e tutto sembra immediatamente più importante.
È un trucco culturale, ma è un trucco raffinato.
Non è pacchiano.
Non è rumoroso.
È elegante.
Lo Champagne non urla mai.
Sussurra prestigio.
E il prestigio, si sa, non ha bisogno di spiegazioni:
ha bisogno di essere visto.
Ma la sua forza più vera è un’altra.
È che lo Champagne, pur essendo diventato immaginario,
non ha perso il suo lato umano.
Perché dietro ogni brindisi, se guardi bene, c’è sempre una fragilità.
Una paura di perdere.
Un bisogno di fermare il tempo.
Una voglia di dire:
“Restiamo qui, ancora un attimo.”
E le bollicine, che salgono e spariscono, lo ricordano meglio di qualsiasi parola.
Lo Champagne è effimero.
E proprio per questo è perfetto.
È il vino che somiglia alla felicità:
non dura, ma illumina.
Non trattiene, ma lascia una traccia.
Ecco perché è entrato nei film, nei romanzi, nelle fotografie, nei sogni di chi non l’ha mai bevuto.
Perché non rappresenta soltanto la festa.
Rappresenta l’idea che la vita, almeno per un istante,
possa essere più bella di com’è.
E quando un vino riesce a fare questo,
non è più soltanto vino.
È cultura.
È immaginario.
È una promessa che brilla.
E anche se dura poco,
quando finisce,
ci lascia addosso quella sensazione strana e dolce:
come se il mondo, per un momento,
ci avesse guardati con rispetto.
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