Con le uve nere, anche pochi minuti di contatto con la buccia possono cambiare tutto.
Il colore non è nel succo.
È nella pelle.
E basta un attimo — un grappolo schiacciato, un’attesa inutile, una pressatura lenta — perché il mosto inizi a tingersi.
Per questo Dom Pérignon stabilì una regola ferrea:
niente macerazione. Nemmeno accidentale.
Nessuna sosta.
Nessun ripensamento.
Nessuna indulgenza.
Era una corsa contro il tempo, sì.
Ma non era fretta.
Era disciplina.
Perché solo così si otteneva ciò che sembrava impossibile per l’epoca:
un vino chiaro, luminoso, essenziale, pronto a diventare la base perfetta per il futuro Champagne.
Un vino che conservava insieme tre miracoli concreti:
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l’eleganza del Pinot Noir, senza la sua ombra scura,
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la delicatezza del mosto chiaro, pulito e fine,
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la tensione e la freschezza necessarie a sostenere le bollicine che — un giorno — lo avrebbero fatto brillare.
Fu una trasformazione che richiese più disciplina che magia.
Eppure, vista da lontano, sembrò davvero un miracolo:
un vino nero diventato luce.
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